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“Nuièter ch’ì parlema ancùra in dialèt” la nuova trasmissione pensata e scritta da Savino Rabotti su Radionova

10 Febbraio 2013

I conduttori Normanna Albertini Savino Rabotti Afra Campani

I conduttori Normanna Albertini Savino Rabotti Afra Campani

 

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Inizia su Radionova, poi ascoltabile anche on line su Redacon,  un ciclo di incontri sulla cultura contadina, la nostra civiltà montanara, che si fondava principalmente sulla tradizione orale, in dialetto. E per questo è difficile rintracciare testi.

Sarà intitolata: NUIĒTER CH’I’ PARLÈMA ANCÚRA IN DIALÈT, ESPRESSIONI, TRADIZIONI, FORME LETTERARIE DEL NOSTRO TERRITORIO.

È una cultura che, negli ultimi anni, molti cercano di fare rivivere, e che anche Savino, nel suo piccolo, ha inteso valorizzare con pubblicazioni importanti, con serate dedicate al dialetto, con concorsi di poesia e con animazioni, e che cura anche la compilazione di queste puntate.

Chiediamo a Savino di cosa si occupa:

Savino: Chi sono io diverse persone lo sanno già. Per gli altri ascoltatori posso dire che sono nato a Castellaro di Vetto molto tempo fa. Sono già più di 77 gli anni. Nella vita ho fatto tanti mestieri. Da pensionato mi sono dedicato soprattutto alla ricerca e alla raccolta dei documenti (scritti e, sopratutto, orali) e alla riscoperta dei valori della nostra civiltà contadina. Se mi chiedete il motivo mi mettete in imbarazzo. Non so se è per istinto o se è una scommessa con me stesso, visto che (come dicono in tanti) il dialetto sta scomparendo. Certamente è un gesto di riconoscenza verso chi quella lingua e quei valori me li hanno insegnati.

Ha parlato di impegno, di iniziative per valorizzare il dialetto. Ci puoi dire in che modo?

 Savino: L’ho accennato sopra. In particolare, in questo campo, ho alcune pubblicazioni che interessano: il dialetto in sé (col Vocabolario, (2010), con 11 anni di lavoro, circa 20.000 vocaboli, 5.000 proverbi, che, per quanto mi riguarda, ho tentato di impostare come una enciclopedia del nostro dialetto e della nostra civiltà, (fatte le debite proporzioni), e che personalmente considero il monumento al nostro dialetto);  le tradizioni (con Il profumo della mia terra, dove esamino l’anno agricolo come si svolgeva un tempo, fino al 1960 circa), la socializzazione (Due raccolte di canzoni popolari, quelle antiche, perché stare insieme a cantare era un momento importante anche per i nostri antenati). Poi, per la sopravvivenza del dialetto (con 13 concorsi di poesia dialettale a Castellaro, e quattro a Selvapiana).

Ci risulta che non si è ancora fermato.

 Savino: Lo stesso impegno lo sto portando avanti con una rubrica fissa su TuttoMontagna, sull’etimologia di vocaboli interessanti del nostro dialetto. Da oggi in poi mettiamoci anche questa trasmissione e qualche altra manifestazione occasionale.

Per gli ascoltatori ed i lettori diciamo che a Radionova ci incontreremo presto Il materiale che useremo ve lo elencheremo fra poco.

Savino: A me importa provare a fare rivivere (e anche a far gustare, perché no?) quanto hanno prodotto i nostri antenati, ignari di letteratura, bigotti ma credenti, consapevoli che anche queste cose (serie o facete che fossero) servivano come sale della vita, per scrollarsi di dosso fatica e monotonia, qualche volta forse anche per emergere. Testimonianza, questa, che pure loro ambivano all’emancipazione, al progresso, ad una esistenza possibilmente più umana.

 Sfrutteremo il materiale che mi è stato possibile recuperare, non molto in realtà. E, se può essere utile, anche proverbi italiani e quelli di altri territori, diversi dal nostro, a titolo di semplice confronto o di conferma.

 È evidente che il materiale riguarderà il mondo agricolo di una volta. È su quel substrato che continua l’attuale società. È a quel modo di vivere che si legano molte espressioni ancora vive, nonostante che oggi non se ne comprenda più il significato perché l’attrezzo è stato smesso o il mestiere non esiste più (Uscire dal seminato, La pecora nera, Chiudere la stalla dopo che i buoi sono usciti, ecc.).

Abbiate pazienza ancora un po’. Questa premessa ci servirà anche per spiegare cosa sono e a cosa servono le diverse forme letterarie utilizzate (proverbi, preghiere, filastrocche, ecc).

 I PROVERBI sono: un detto breve, arguto, facile da ricordare.

Sono stati definiti la saggezza dei popoli perché condensano in una semplice frase una saggezza antica di secoli, basata sull’esperienza, sulla costatazione. Normalmente si esprimono in rima per favorirne l’apprendimento a memoria.

 AL BÊN ossia LE PREGHIERE – È consuetudine distinguere tra “al bên” e “gli urasiûn”. Fancinelli (che scriveva intorno agli anni trenta) sintetizza così i due aspetti: Si dice Al bên quando ci si rivolge al Signore pregando mattina e sera e quando si va in chiesa. Il termine Urasiûn era ed è riserbato per i componimenti poetici che cantano la gloria dei Santi, le gioie e le lacrime di Maria, il mistero del Presepio e del Golgota, la vanità del mondo e il castigo del peccatore”.

 Qui parliamo di preghiere non canoniche, di formule che il popolo si è creato a proprio uso e consumo, su misura, giocando molto sulle proprie esigenze, sfruttando la catechesi del tempo, (Qualcuno ricorda le Missioni?), a volte rasentando l’eresia, certamente in buona fede.

 LE FILASTROCCHE. Le chiamavamo le fole, ed erano un mezzo per insegnare ai piccoli alcune verità fondamentali, con una forma fantasiosa ed orecchiabile, spesso anche cantate. Alcune servivano per la scoperta del corpo o del calendario (giorni della settimana), altre facevano parte dei giochi collettivi, come le conte, i girotondi.

 GLI INDOVINELLI. Anche questa forma letteraria aveva uno scopo didattico: mettere alla prova la capacità intellettuale, o la precocità, la perspicacia dei ragazzini. Ve ne erano di due tipi: uno più castigato, rivolto ai piccoli, e l’altro, con proposte a doppio senso ma mai volgari, (e il senso lo si capiva solo a soluzione avvenuta) indirizzato agli adulti.

 LA SATIRA – Qui il discorso si complica. Diciamo che la satira, fin dai tempi più remoti, è l’arma di cui il popolo dispone per dire la sua verità sui (pre)potenti senza rischiare di essere maltrattato, sintetizzato nell’espressione latina Semel in anno licet insanire (Una volta all’anno ci si può comportare come i pazzi), e, quindi, dire la verità, o dire ciò che si pensa.

Per la produzione nel nostro territorio non abbiamo documentazione anteriore alla seconda metà del 1800 perché le satire venivano tramandate solo a voce. E anche con una certa omertà. Ma da allora, quassù in montagna, c’è stata una fioritura, nota come Scuola del Fòsola, che ha suscitato interesse e ancora non ha esaurito la propria vena. Dice Giovanelli: “Non sappiamo e non possiamo affatto dire che la satira sia nata qui (forse sarebbe un’affermazione presuntuosa!), ma è certo che qui la satira ha assunto una sua precisa connotazione”. [G. Giovanelli – C. Benassi: La véta muntanâra – Bizocchi 1977].

 Mi ripropongo di parlarne di tanto in tanto citando i più noti Satirai del territorio e qualche brano della loro produzione, rimandando, possibilmente, ad una trattazione più nutrita in altra sede.

 LA POESIA – Diciamo che, nel reggiano, l’esploit lo ha avuto nel secolo appena concluso grazie ad alcune figure importanti (Ramusani, Ficarelli, ecc… che si sono proposti come avanguardia tra la fine dell’ottocento e i primi decenni del novecento), e, di recente, grazie ad eventi organizzati proprio per la diffusione di questo genere di componimento. Oggi, quasi a dispetto di chi afferma che il dialetto è morto, i poeti dialettali sono tanti e ve ne sono molti davvero validi.

 LE USANZE – Qui il discorso si fa più difficile. Pochi sono coloro che hanno lasciato scritti su tale argomento in passato. E, soprattutto, è un discorso frammentato e a rischio di annoiare col solito: Andava meglio quando andava peggio, oppure Ai miei tempi… Oggi, in questo campo, fa la parte del leone il racconto breve (anche su Redacon) che sviluppa un tema o un episodio senza dilungarsi troppo. Esiste un sottofondo di usanze davvero impressionante.

 LE SUPERSTIZIONI – Antiche quanto l’uomo, sono formule o gesti destinati a scongiurare sventure o malanni. E qui la fantasia ne ha inventate di belle.

 LA MEDICINA EMPIRICA — Era il modo di curare malattie o ferite con i mezzi offerti dalla natura. Molto spesso, dal modo di comportarsi di chi offriva il servigio, poteva capitare di considerare la cura come una stregoneria.

Logicamente non tutte queste cose saranno presenti in ogni puntata, buona volontà a parte.

 


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